Pensieri liberi

C'era una volta il contesto

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A volte mi accade, quando voglio scrivere il mio pensiero su qualche tema attuale, di trovare chi lo ha già esposto meglio di me.

In questo caso l’argomento - l’importanza del contesto - si collega all’articolo “Cattivi? No, solo cattivisti”,  al concetto di Bene e Male in letteratura e alla minaccia che può diventare la nostra difficoltà di inserire le informazioni nel giusto scenario. Vorrei approfondire questo tema e lo faccio riportando alcuni stralci del primo capitolo di “Contro l’impegno”, di Walter Siti.


La letteratura occidentale comincia (libro primo dell’Iliade) con due maschi che litigano per decidere a chi tocca possedere una schiava; il romanzo moderno comincia (Robinson Crusoe) con un uomo bianco che libera un uomo nero e immediatamente pensa di tenerlo con sé come “suddito”, imponendogli un nome che non è il suo e convertendolo alla propria religione.


La letteratura del passato gronda di presupposti non condivisibili, come probabilmente non saranno condivisibili per i posteri i presupposti su cui si fonda la letteratura di ora (a meno di non credere che la società odierna abbia raggiunto la Verità assoluta). Nei classici non è difficile rintracciare posizioni razziste, misogine, omofobe, antisemite, classiste; ma anche, perché no?, elogi della tirannia, della violenza, dell’omicidio, dell’incesto, di ogni genere di oscenità e perversione. A seconda dei periodi storici e della delicatezza dei lettori, anche la confessione al marito di amare un altro uomo, o una partita di caccia, o una bistecca al sangue mangiata con gusto, o troppe sigarette fumate, o una donna remissiva in amore o un omosessuale nevrotico possono mettere a disagio. […]


Il romanzo, soprattutto, ha avuto vita difficile nei secoli. […] Accusato di oscenità, volgarità, diffamazione, blasfemia, tradimento della Patria o dell’Idea, responsabile per il suicidio dei giovani e il tradimento delle mogli. Processato spesso, condannato, bruciato nelle pubbliche piazze - un destino di opposizione eroica al Potere e al perbenismo. Ora, almeno in Occidente, è tutto più soft: l’oscenità è quasi scomparsa, la libertà d’opinione è considerata un valore acquisito, la religione è debole e permissiva, la Patria è monopolio delle destre, all’Indice dei libri proibiti si è sostituito il movimento Disrupt Texts. Un tempo a condannare erano i tradizionalisti e gli autocrati, ora sono piuttosto i progressisti, forti di un’egemonia culturale mainstream.


La preoccupazione principale dei nuovi censori è pedagogica: si vuole evitare che la letteratura abbia un harmful impact, un impatto dannoso sui lettori - avvicinandoli a idee malsane come il fascismo, il maschilismo, il razzismo eccetera,  o anche semplicemente suggerendo che certe strutture oppressive possano apparire normali, o che l’odio possa essere interessante quanto l’amore. Nessuna tolleranza verso chi “parla male perché pensa male”, meglio soffocare il contagio sul nascere; le parole sono pietre, e quelle letterarie tanto più in quanto seducenti. Non divise militari e toghe tribunalizie, ma solleciti tutori che agiscono per il bene delle menti meno avvertite e lavorano per un mutamento delle coscienze sui tempi lunghi, sentendosi avanguardie di un mondo finalmente più equo. Così si sono succeduti, e si succedono, avvertimenti sulla nocività di questa o quell’opera letteraria, con episodi che spesso hanno superato il confine del ridicolo.


L’esemplificazione è varia e pittoresca. Si parte dalla Disney, che ha tolto Gli Aristogatti dal catalogo disponibile a tutti e l’ha riservato agli adulti, perché i gatti siamesi vi sono rappresentati “con tratti caricaturalmente orientali”; stessa sorte è toccata a Peter Pan perché i membri della tribù di Giglio Tigrato vengono chiamati “pellirosse”; e in una canzoncina di Dumbo si insinua che i neri delle piantagioni non fossero in grado di risparmiare.


Sul filo del rispetto per gli afroamericani ci sono state obiezioni a La capanna dello zio Tom, a Via col vento e addirittura a un romanzo per eccellenza antirazzista come Il buio oltre la siepe (ma vi si pronuncia la parola tabù, nigger, e l’avvocato Atticus, il difensore dei neri, è pur sempre un bianco che fa sfoggio di superiorità morale). Ovvie le rampogne contro Il mercante di Venezia (antisemita) e Arancia Meccanica (violento); più sorprendenti le messe in guardia contro Romeo e Giulietta (negativo in quanto a educazione famigliare) e contro l’omofobia di un personaggio di Grease, o per l’eliminazione dal MoMA di un manifesto che annunciava una retrospettiva di Antonioni (il fotografo di Blow Up che sta sopra la modella sembra simulare uno stupro); Le supplici di Eschilo sono state vietate alla Sorbona perché il coro usava il blackface, a un Maggio Fiorentino si è cambiato il finale della Carmen perché avallava il femminicidio. E così via. Si impedisce ai personaggi di parlare una lingua realistica e alle trame di avere una conclusione in armonia con l’integrità dell’opera. […]


Ogni lettore reale (“effettivo” diceva Iser, altri dicono “empirico”) si trova a confrontarsi con quello implicito ed è più che comprensibile che provi disagio. […] I suoi parametri culturali sono diversi e diverso sarà il suo giudizio istintivo su questo o quel testo classico; ma mi pare alquanto stupido risolvere la questione in uno scontro di opposte fazioni: chi non vede nei testi che storture da raddrizzare e chi si scandalizza perché viene distorta e mutilata la tradizione.


I paletti, semmai, andranno fissati da un’altra parte, al termine di un sentiero più serio ma anche più subdolo: una volta ribadito in tutti i modi che nessun testo dovrebbe mai essere cancellato né mutilato, ma soltanto spiegato, resta il problema del cambiamento più o meno consapevole delle modalità di lettura e di giudizio. […]


Pretendere oggi parità di condizioni è inevitabile oltre che giusto, ma volgere le rivendicazioni al passato rischia di ottundere le gerarchie basate sulla grandezza dei testi.

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